|
|
|
| «Nei mille detti del dialetto la magia di un’antica civiltà che non si traduce in italiano» |
Castiglione d'Adda - Quando, nel 1984, vinse a sorpresa l’edizione del concorso di poesia dialettale «Francesco De Lemene», indetto dalla Compagnia Dialettale «I Soliti» di Montanaso, Attilio Gnocchi era praticamente sconosciuto. Eppure, la giuria del concorso, composta da esperti, premiò «G’era una volta Santa Lusia», un “racconto” delle abitudini infantili delle vecchie cascine lodigiane. Tre anni dopo, di nuovo la sorpresa con «La vureva damm cent franchi», testo che racconta di una vecchia alle prese con un assicuratore che, abilissimo affabulatore, la incantava così bene dal meritarsi una mancia di cento lire, un modo tipico di sdebitarsi da parte della povera gente.
Gnocchi, da dove prese la prima ispirazione per quelle poesie?
«Non me lo chieda: mi sono venute così, di getto. Io amo parlare in dialetto, in famiglia è ancora la lingua ufficiale. Devo dire che quei due primi posti mi hanno portato la convinzione che, pur non considerandomi un poeta nel senso preciso del termine, i racconti dialettali in rima mi vengono abbastanza bene. Ricordo di aver ottenuto in tutti questi anni diversi altri premi, come un primo posto a Codogno e segnalazioni speciali in numerosi concorsi».
Ha mai pensato a pubblicare una raccolta?
«Sì, ma non sono portato nella ricerca degli sponsor. Così, nel tempo mi sono fatto la convinzione di non tenerci troppo: mi conservo i testi e li mostro a chi vuole leggerli. Il dialetto è stato sempre il mio pane, la mia lingua quotidiana e mi restano in mente soprattutto le espressioni più particolari, quelle che sono difficilmente interpretabili in italiano. Non ho mai fatto ricerche filologiche, le fermo sulla carta mentre parlo in dialetto».
Come è nata la voglia di scrivere?
«Nel mio lavoro favevo i turni e avevo tempo libero a disposizione, quindi mi divertivo a scrivere le frasi in vernacolo. Ho pensato di mandare un testo al famoso concorso di Montanaso e sono stato premiato. Allora, mi sono detto che non ero poi tanto scarso e ho continuato. Non è che scriva molto, non ho prodotto moltissimo. Il concorso al quale ci tengo sopra ogni cosa rimane quello dei Soliti: lo reputo il più attendibile perché viene guidato dal principe del dialetto lodigiano che si chiama Cècu Ferrari».
Lei però si occupa di tante altre cose nella vita...
«È vero, non riesco a restare senza nulla da fare. Organizzo gare ciclistiche con il Gs Turano, mi occupo di pallavolo con la Frassati, faccio il podista da 35 anni con un record di 750 gare disputate. Sono un patito delle bocce e gareggio con la Codognese»
Nelle gare ciclistiche, spesso la si vede fare l’annunciatore...
«Sì, faccio anche questo. Visto che riesco a mettere insieme anche frasi in italiano, Giuseppe Donati, patron del Gs Turano, mi ha sempre voluto come commentatore dal palco. È faticoso, ma agli amici non riesco mai a dire di no».
Qualche espressione tipica usata nelle sue composizioni?
«Sono tante, ci vorrebbe un vocabolario: “sangagnad” vuol dire sgangherato, “vicioria” significa brio, “criculon” è quello piegato sulle gambe, “murgiud” è la persona vivace, “marsòn” è il moccioso, “muntruch” il testone, “ruseghi” il rimorso. Potrei fare un elenco lunghissimo...». |
| Autore: Luigi Albertini |
Fonte: Il Giorno, 07 Febbraio 2010 |
|